La via che qui presento è una di quelle salite dove si ritrovano tutte le emozioni di una salita esplorativa. La mancanza di riferimenti obbliga ad adeguarsi alla parete per ricercare l’itinerario migliore. La roccia, non certo solida, costringe a spostarsi continuamente per trovare gli appigli buoni. Non incontrerete nessuno, l’isolamento è totale anche se Devero, con i prati pieni di turisti, le signorine in costume da bagno e i bambini che urlano, non sono poi così lontani.
Primi salitori Tino Micotti, Piero Signini, 01/09/1966.


Ci sono stato la scorsa estate (2011) ad agosto. Sono salito  al bivacco in una magica notte di luna piena dopo aver ben cenato a Devero. Un buon preludio per la salita. Il sentiero, di notte, non è stato così facile da trovare ma alla fine in due orette siamo arrivati al bivacco.  A Giuliano, il mio compagno di salita, non avevo certo detto che la relazione della via non l’avevo, anzi, non l’avevo neanche letta. Sapevo solo dove attaccava la via. In effetti ero in giro per monti da giorni e non ero riuscito a recuperare che poche informazioni. Tanto meglio, avrei sperimentato se ero ancora capace di trovare la via, se, dopo anni passati a ripetere linee conosciute,  avevo perso o no l’istinto.

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Alla base della via trovo un vecchio bastone da sci e qualche scatoletta ruggine, segno che almeno li ero al posto giusto. Il muro sopra di noi è verticale e repulsivo. Ma dove sarà passato quel demonio del Micotti? Parto senza sapere bene cosa fare. Dopo qualche metro facile scorgo un pilastrino addossato alla parete e subito dietro, a desta, sembra nascere un diedro un po’ meno verticale rispetto a tutto quello  mi sovrasta. Ci provo. Salgo sul pilastro bello tremolante che sembra appoggiato sul nulla. Mi guardo indietro, la corda adagiata sulle cenge descrive delle poco rassicuranti anse e  scompare 20 mt sotto verso Giuliano. Se casco arrivo a Devero diretto: cominciamo bene!. Il pilastro rimane al suo posto ed il resto del tiro è entusiasmante, verticale,  atletico …… finalmente scorgo un chiodo e ho la conferma che non ho perso l’istinto.  I tiri si susseguono velocemente, ora facili ora più difficili. La via non è così difficile da trovare e posso rilassarmi e godere del panorama, del sole e della bella scalata. La cima però si difende e un ultimo tiro mi riporta con i piedi a terra. Dalla cengia osservo gli untimi cento metri. A sinistra sembra più facile ma la roccia formata da blocchi e lame  verticali e chiaramente instabili mi fa desistere e decidere di andare a destra, verso est dove tutto strapiomba, ma almeno li la pietra sembra un pò più sana.

Entro cosi in un grande diedro di roccia chiara segno di un recente crollo; un fessura verticale di pochi metri finisce sotto un gigantesco masso incastrato che forma un grande tetto. Provo a scalare la fessura che non è male ma poi finisce ed inizia il diedro coricato dove arrivo con le mani. Il problema è che le pareti del diedro sono lisce e la fessura al di sotto strapiomba un po’ quindi con le mani non prendo niente e i piedi mi scappano in fuori.

Quando scalo in montagna  soprattutto quando la roccia non è delle migliori cerco sempre di salire garantendomi una retromarcia, non si sa mai.  Ormai però ho fatto un passo di troppo e i piedi sono al limite, con le mani schiaffeggio  le pareti lisce del diedro e cerco di non perdere aderenza ed issarmi. Con un movimento poco elegante e le gambe che annaspano nell’aria riesco ad incartarmi alla meglio , tipo foca che sale sulla banchisa e miracolosamente rimango li. Finalmente, spingendomi con le mani e opponendo la schienas, appoggio i piedi, ma non sono ancora salvo. Sopra di me un bel tetto mi sbarra la strada. Non ho proprio voglia di lanciarmi sullo strapiombo, scaliamo ormai da diverse ore e questa fatica me la risparmierei. Rimango cosi  nel diedro che mi accoglie come il grembo materno ed mi protegge. Striscio un po’ in su e come per miracolo, dietro al masso incastrato che formava il tetto, vedo un passaggio. Tra il masso e il diedro si può salire comodamente. Tolgo lo zaino e risalgo il camino senza problemi. Sbuco sopra al masso su un terrazzo a pochi metri dalla vetta. Sul  pianoro sommitale sembra di essere su di un altro pianeta, forse marte. Godiamo del sole che sta tramontando, del panorama e dell’immenso che ci circonda. Non ci resta che scendere prima che venga notte un’altra volta.

relazione

Sviluppo oltre 500 mt, 13 tiri più due trasferimenti su facile cresta orizzontale. 6a+ obbligatorio. Soste da attrezzare, lungo la via solo 4 chiodi ed una sosta per il resto più niente. Via impegnativa sia per la lunghezza che per la ricerca dell’itinerario, con dei passi obbligati di tutto rispetto. A tratti la roccia è eccezionale ma spesso  presenta immense lame staccate, bisogna prestare molta attenzione soprattutto nei primi tiri e nell’ultimo.

Materiale: 3-4 chiodi (uno o due a lama, un lost arrow  ed un universale), martello, una serie di nuts, una serie di friends fino al 2 BD, qualche TCU, 5/6 rinvii, cordini per allungare le protezioni, corda da 60 mt, meglio avere le mezze per diminuire gli attriti.

Avvicinamento: Dall’Alpe Devero, salire dapprima a Buscagna poi seguire il sentiero segnato per la Scatta d’Orogna. Raggiunta una caratteristica baita girare a destra e seguira le indicazioni ed il sentiero segnato (EE) per  il bivacco Combi e Lanza, 2 ore. Al bivacco conviene pernottare, gas, fornello, pentole, coperte. Meglio prendere  l’acqua  in basso perché nelle vicinanza del bivacco non sempre c’è.

Descrizione: dal bivacco scendere verso il laghetto a est e risalire i pendii erbosi fino all’evidente colletto.
Salire su blocchi di 2° per circa 15 mt e raggiungere il ripiano alla base della parete.

L1:Salire due muretti facili intervallati da cenge erbose puntando a destra ad un pilastrino addossato alla parete. Salire e poi scendere il pilastro traversando in leggera discesa sempre a destra 6a+. Raggiunto un diedro coricato  di roccia chiara lo si risale poi leggermente a sinistra per successivi piccoli diedri verticali si raggiunge un chiodo con fettuccia;  da li non salire dritto ma aggirare lo spigolo a sinistra e ristabilirsi su di una buona cengia 6a+/6b. Sosta da attrezzare. Questo tiro presenta un traverso in discesa nei primi metri, per proteggere la progressione del secondo di cordata occorre avere occhio e sfalsare in modo opportuno le corde.

L2: salire in verticale seguendo lame e fessure di roccia instabile, fino a raggiungere la base di un diedro verticale con delle lame incastrate , 5+, Sosta da attrezzare alla base del diedro su comoda cengia.

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L3: salire il diedro in verticale fino a raggiungere un buon chiodo sotto uno strapiombino, roccia ottima. Andare a sinistra uscendo dallo strapiombo e dal diedro. Raddrizzarsi su di una placca liscia e raggiungere un chiodo.  Dal chiodo non salire ma rientrare a destra nel diedro con un passo d’equilibrio. Complessivamente 6a+. Da li facilmente in sosta. Sosta a chiodi presente.

L4:seguire la fessura a monte della sosta che tende a destra. Prima di raggiungere un  tratto verticale spostarsi ancora a destra su placca, poco proteggibile ma facile 5°. Siete adesso sulla cima del primo risalto. Andare ore un po’ a sinistra e,  con facili passaggi, raggiungere una buona cengia dove  sostare proprio  sotto il muro finale del secondo risalto.  Sosta da attrezzare.

L5: salire lo  strapiombino di un metro e raggiungere una fessura verticale al centro della placca. Seguire la fessura verso sinistra e poi in verticale scalare la bella placca con concrezioni, 5+. Seguire ora il filo di cresta e fare sosta alla fine delle corde. Sosta da attrezzare su spuntone

L6: Non seguire tutta la cresta ma rimanere a sinistra per evitare alcune piccole torri che obbligherebbero a sali e scendi. Risalire quindi alcuni facili diedri e raggiungere la cresta a monte del secondo risalto, 4°+. Sosta da attrezzare. Seguire poi facilmente la cresta orizzontale ed andare a sostare sullo spigolo alla base del terzo risalto.

L7: Il terzo risalto  presenta alla base   un avancorpo sormontato da una cengia erbosa seguito da un lungo tratto di rocce coricate. Attaccare al centro la placca dell’avancorpo 5+, alzandosi prima al centro e poi verso sinistra, sosta da attrezzare.

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L8: andare ora a sinistra ,entrare in un canale e uscire sulle placche sempre a sinistra, 4+; raggiunta la cengia erbosa salirla fino al suo termine sotto le rocce finali del terzo risalto. Sosta su massi.

L9, L10: salire la parte finale del  terzo risalto stando 50 mt a sinistra dello spigolo e, seguendo un vago  canale in parte erboso, puntare ad una evidente breccia a sinistra, circa 30 mt sotto la cima del terzo risalto. Nel complesso 4+ con soste da attrezzare.

L11: dalla breccia portarsi a sinistra e per facili risalti raggiungere  il terzo risalto un po’ a monte della sommità,4+. Proseguire per circa 60 mt sulla facile cresta. Una volta raggiunta la base del 4° risalto, composta da rocce sfaldate, andare a sinistra per altri 50 mt e sostare.

L12: Salire ora su risalti e lame instabili andando a destra fino a raggiungere lo spigolo verticale alla sotto la vetta, 5°.Raggiunto lo spigolo si nota, un metro più in basso,  un’ampia cengia rivolta a  est, cioè oltre lo spigolo. Raggiungerla e fare sosta.

L13: salire su sfasciumi  per qualche metro e puntare ad una fessura verticale sormontata da  un grosso masso incastrato e strapiombante 5+. Scalare la fessura ,6a, faticosa ed andare  ad infilarsi nel sovrastante camino formato dalle pareti del diedro e dal masso incastrato. Seguire il breve camino e passare nel foro tra il masso e la parete per uscire al di sopra del masso stesso. Attenzione a non far incastrare le corde. Proseguire facilmente per una decina di metri e uscire sul pianoro sommitale. Per evitare l’attrito delle corde è possibile sostare subito all’uscita del foro per poi scalare facilmente gli ultimi metri di via.

cornera_3Discesa: dalla sommità del 4° risalto percorrere verso nord ovest il pianoro sommitale. Scendere sulla morena detritica, ed andare a reperire il sentiero che scende verso l’Alpe Buscagna. Questo sentiero era in passato, la via normale per il Pizzo Cervandone ed il passo degli Ometti. Esso si sviluppa su terreno esposto e ripidi pendii erbosi. Se non si conosce l’itinerario è abbastanza difficile trovarlo in discesa e quindi diventa complicato scendere  per questo versante soprattutto in caso di scarsa visibilità. In alternativa e più facilmente, si può attraversare fin sotto il pizzo Bandiera lungo pietraie. Rasile al colletto giusto a monte del Pizzo Bandiera e scendere poi sul lato opposto seguendo quello che è l’itinerario normale del Bandiera. La prima parte si svolge su ghiacciaio coperto di detrito, prestare attenzione, poi lungo il fondo della morena che porta ai piani della Rossa. Da li percorrere il  sentiero GTA fino a Devero. Contare 3 ore per ritornare a Devero.

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